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un bès mario perrotta

Che un giorno diventerà tutto splendido. Nome. “In questo luogo desideriamo raccontare un teatro in grado di dialogare col pubblico”, diceva venerdì sera Colella aprendo il festival. Il Mario Perrotta del primo atto della trilogia su Ligabue, che arriva a Milano al teatro dell’Elfo forte del premio Ubu aggiudicato allo spettacolo l’anno scorso, è probabilmente per forza creativa e capacità’ scenica il miglior narr-attore italiano oggi. – “Dame un bes” dice un Ligabue già anziano, e famoso, ad una cameriera sì giovane quanto non così avvenente che con quella promessa-minaccia si fa fare un disegno sul retro della tovaglietta dell’osteria. Ritorna al suo periodo d’elezione, da cui prende anche il nome, Primavera dei Teatri, la rassegna teatrale che ogni anno a Castrovillari propone un’ampia scelta della giovane scena, con un occhio privilegiato a quella operante nelle regioni meridionali. Che un giorno diventerà tutto splendido. Uno spettacolo che non disdegna l’ironia, costruito con l’argilla dell’argine del grande fiume, che per anni, sarà la casa del pittore, e che ci culla sulle note dello struggente, delicato lieder di Schubert, che accompagna l’incipit della narrazione. Allora non avevo avuto l’occasione e il piacere di vedere lo spettacolo, ne avevo solo parlato con Mario. Antonio Ligabue, bel racconto pieno di emozione, per dire di un dolore infinito e un desiderio inesausto d’amore e tenerezza. Voglio stare anch’io sul confine e guardare gli altri. Mario Perrotta con Un bès. E’ un grande affresco quello che si ha al termine dello spettacolo: la parabola di un uomo attraverso un’indagine che trae spunto dalla realtà vissuta di Gualtieri, dalla sua gente, dal mondo che è stato quello di Liguabue. Gli spettacoli che nascono a Castrovillari a volte sono ancora imperfetti. Mario Perrotta, figura tra le più interessanti del panorama teatrale italiano contemporaneo, dopo essere passato in tournée da Gualtieri, si è “innamorato” del paese e della figura di Ligabue e a lui ha deciso di dedicare un lavoro triennale di cui Un Bes è la prima parte. prima nazionale Piccolo Teatro di Milano 7 – 12 gennaio 2020 . E’ proprio la vicenda dei primi anni della sua esistenza che lo segnerà tragicamente, con la madre che lo ebbe fuori dal matrimonio , un uomo che lo riconobbe come padre ma con cui non ebbe rapporti, per continuare con la famiglia adottiva fino all’espulsione dalla Svizzera a Gualtieri, per peregrinare da un ospedale psichiatrico all’altro. Non parlava italiano, si esprimeva in Schweizerdeutsch, dialetto alemanno. “El matt” parla tra sé e sé e si rivolge al pubblico, lo conta: “uno, due, tre… tredici, trèdes!” e ricomincia fermandosi al fatidico numero. Qualche timore per le nuvole scure che hanno portato un po’ di pioggia attorno all’orario dell’appuntamento, ma asciugate le sedie il pubblico ha potuto assistere senza disagi allo spettacolo, il disagio vero di un uomo speciale tutto rappresentato sul palcoscenico. Il dualismo dell’artista-uomo nel lavoro inedito di Perrotta, di chi sa di “meritare un bacio, da artista, e elemosinarlo da pazzo”. Il teatro si riempie intanto di proiezioni del volto di Ligabue, frammenti dei tanti autoritratti, ma c’è anche il documento, una registrazione nota, che mostra quel bisogno di relazione reale, concreta, di dolcezza e sensualità, con la mano che si avvicina ad accarezzare le guancie di una donna che subito si ritrae timorosa, infastidita. Quello era Ligabue, qui invece Perrotta (che deve però risolvere la grana del disegnare con le spalle al pubblico per una buona comprensione del testo) rimette in circolo un mondo rimasto celato, emerso da documenti, estratti, interviste, video. ANTONIO LIGABUE”, dedicato alla vicenda umana e artistica, tra genio e marginalità, del grande pittore naif scomparso nel 1965. Scambio di saperi e nuove idee. Qual è il dentro e qual è il fuori? Strappa un ultimo telo: dietro c’è uno specchio in cui si guarda per non perdersi, per rassicurarsi di essere sempre Toni, nonostante le voci che lo tormentano, e il rumore della vita che non smette mai di rimbombargli in testa. Anton ora ha tredici anni e sa di dover andare in istituto (la silhouette della madre adottiva compare sul fondo in alto a destra). Ancora una volta per una sola sera. Parte da questa mancanza affettiva il lavoro di Perrotta, felice risultato dopo lunghe ricerche per documentarsi sulla vita privata e artistica del pittore. Dove l’attore recita di spalle. Nel maggio di quest’anno l’autore-attore ha organizzato un vero e proprio happening collettivo, coinvolgendo centinaia di persone, tra attori, musicisti, danzatori, performer, tecnici e assistenti vari, utilizzando tre percorsi-set (ognuno curato da un regista diverso) che rappresentano tre luoghi emblematici per il pittore: l’itinerario da Guastalla (paese del padre adottivo, da lui ingiustamente accusato di aver provocato l’avvelenamento della madre e di tre fratelli – tanto da spingerlo a cambiarsi il cognome da Laccabue a Ligabue) a Gualtieri, comune dove poi visse; il padiglione Lombroso dell’ex manicomio di Reggio; un percorso lungo l’area golenale di Guastalla. Nato il 18 dicembre 1899, recrimina alla madre di non averlo fatto nascere il 1° gennaio 1900, e per questo continua a ripetere quel tredès ossessionante. Inveisce contro il patrigno e viene riaffidato alla coppia elvetica. La voce della madre che lo abbandonò a un anno, della donna svizzera a cui fu affidato, degli insegnanti che lo classificarono, dei concittadini che lo schernirono. In dialogo con le istituzioni dal 2005 stanno salvaguardando un piccolo gioiello in cui è conservata la cultura del Novecento (si invita a vedere qui alcune foto). L’impegno grande. Ma tutto il festival proietta il teatro nello specchio deformante e rivelante del carcere: dalla presentazione del libro che ricorda spettacoli e pensieri di questo meraviglioso cammino della Fortezza, È ai vinti che va il suo amore (edizioni Clichy di Firenze), allo struggente concerto di canzoni d’amore di Danio Manfredini, indossate come un dolore personale lancinante, lanciate nell’aria come un grido di passione che sfida il mondo, meditate con versi di Mariangela Gualtieri. Related Videos. Le racconta che l’artista Marino (Renato Marino Mazzacurati) lo ha invitato al suo studio e che gli ha dato i colori per dipingere: così ha scoperto il bianco, il blu, il giallo, ma questa inaspettata amicizia non lo ha salvato da un nuovo ricovero in manicomio. Ma ecco allora che tre anonimi pannelli sulle assi, appena voltati di fronte, quella necessità la svelano e la rivolgono verso lo sguardo altrui: spazio bianco, spazio per disegnare e misurare il contorno ai desideri. Il pubblico, inizialmente sorpreso e disorientato dalla ferma e sentita richiesta del bacio con cui Perrotta-Ligabue ha inaugurato la serata partendo dalla platea, ha tributato alla fine all’attore un lungo meritato applauso, accompagnato da acclamazioni di elogio, dando libero sfogo alla commozione e testimoniando la propria immedesimazione nel triste ma umanissimo destino del protagonista. Il pittore che ormai, dopo una mostra alla Barcaccia di Roma, era famoso e aveva i soldi per comprarsi le Guzzi rosse è ancora lì, al punto di partenza, a elemosinare un bacio da una donna che si schermisce. Spettacolo ormai ben rodato questo Un bès. Perrotta è solo, ha conquistato un orecchiabile accento emiliano, e racconta l’arco della vita e dell’arte di Ligabue dalla nascita senza padre in Svizzera, ai raminghi vagabondaggi padani in cerca di relazioni e di scambi, forte solo, oltre ovviamente che di umanità straordinaria, della sua fulminante capacità pittorica. Ebbe la sua prima crisi nervosa e il primo ricovero nel 1917. Ecco che, ancora una volta, un confine determina una discriminazione bilaterale e a furia di annotare situazioni del genere, mi viene da pensare che è il concetto stesso di confine ad essere sbagliato. Straordinaria interpretazione di Mario Perrotta, che con Un bès.Antonio Ligabue dimostra ancora di essere un uomo di teatro completo, figura di spicco del nuovo teatro italiano.La vicenda umana del famoso pittore naif è messa in scena con un vibrante “monologo a più voci” impastato di germanismi e dialetto emiliano. A Castrovillari, il festival di Primavera, è un evento speciale. E in altra intervista pubblicata recentemente sulla rivista della Fondazione Terra d’Otranto “Il Delfino e la mezzaluna” alle pagg. E’ una condizione limite, appunto, che trova rispondenza ancora una volta in un’esperienza profondamente mia legata all’infanzia. Premio HYSTRIO-TWISTER 2014 come miglior spettacolo dell’anno a giudizio del pubblico Con i tratti che prendono forma nei fogli, si scoprono le paure e i sogni, quelli che Ligabue non sapeva esprimere, ma sapeva solo disegnare. Uomo odiato quanto amata fu dal ragazzino difficile la madre adottiva Elise Hanselmann. Tra i debutti nazionali io cronista ha scelto l’ultima fatica di Mario Perrotta, autore e interprete, che si intitola Un bès. In Un bes, Perrotta sa tornare sui temi a lui più’ cari, dall’emigrazione all’abbandono della terra natia, della famiglia di origine, della solitudine, per un affresco di grande potenza in cui la vicenda di Ligabue uomo prima ancora che pittore diventa sineddoche di quella fitta rete di sconnessioni che la società contemporanea conosce. Dopo un prologo nei paesi vicini, in attesa della conclusione con la ripresa di Mercuzio non vuole morire nel teatro Persio Flacco, tutto gli spettacoli si sono svolti in un carcere in cui gli ambienti aperti e chiusi prendevano nomi di artisti visionari, diventando spazio Brecht, spazio Artaud, spazio Genet, spazio Kafka, spazio Leopardi, spazio Rabelais…, Ha inaugurato quest’ultima settimana di festival tra le sbarre Santo Genet Commediante e Martire, il nuovo spettacolo firmato da Armando Punzo, sul quale tornerò più diffusamente in questa e in altra sede. Non a tutti. Più che una ricerca della perfezione mimetica, Perrotta mette in scena i tormenti di una voce, di una consapevolezza, di un pensiero. Mario Perrotta - Prima Nazionale di Odissea al festival Bella Ciao di Ascanio Celestini. L’ho visto ed ho capito di getto tutte le cose che Mario, in due interviste, non è stato capace di dirmi, non poteva farlo: l’impatto emotivo dello spettatore. Mario Perrotta ama ripetere che in teatro il rapporto tra gli attori sul palcoscenico e gli spettatori in platea è come un rapporto erotico: vive grazie al respiro di entrambe le parti, si nutre di una sintonia o di una mancata sintonia che regolano il passo del cuore, richiede un corteggiamento, un annusarsi reciproco. Semmai, tentarono di sfruttarlo, anche le donne, ma lui questo lo sapeva e a volte si vendicava in modo feroce, facendosi pagare dei quadri in anticipo e poi realizzando delle opere brutte (a suo stesso dire!). Invece di macerie se ne vedono, paradossalmente, “troppo poche”, convinti come siamo di navigare fra difficoltà che supereremo, chi stringendo ancora di più una cinghia sull’orlo di spezzarsi, chi sgomitando per preservare i propri privilegiati contratti foraggiati da soldi pubblici. Un bès – Antonio Ligabue è il primo stadio di una trilogia dedicata al grande artista visivo emiliano che si svilupperà ancora nei prossimi due anni. Perrotta fa suo Ligabue e ce lo restituisce in forma di narrazione biografica e drammaturgica, cogliendo a pieno l’anima tormentata di un’esistenza fragile di uno strano uomo, capace di mescolare due lingue così profondamente diverse tra di loro, dal tedesco all’emiliano, facendosi dire dietro che è un “mat todesch”. Inizia poco prima, dalla platea contenuta del Teatro Valle Occupato all’apertura di stagione, il passo incerto del pittore Antonio Ligabue, detto Toni. Progetto Ligabue (sul sito www.progettoligabue.it tutte le articolazioni di un disegno almeno triennale) punta sulla figura del pittore Antonio Ligabue e nella previsione di tre “movimenti” geografici si concentra per ora sulla matrice biografica, psicologica, svizzera ed emiliana del personaggio. Lo vedremo infatti, fin dall’inizio, mendicare tra il pubblico quel piccolo gesto d’amore e di intimità che suggellerà poi il finale. Il risultato è un’interpretazione straordinaria, impreziosita dal talento artistico di Perrotta che, come Ligabue, sa parlare attraverso i disegni. Uno spettacolo che restituisce molto e che, in un certo senso, restituisce anche quel “bès”, quel contatto umano, quella comprensione profonda che Ligabue ha ricevuto sempre troppo poco. Debutta al Piccolo di Milano dal 7 al 12 gennaio 2020 il nuovo spettacolo di Mario Perrotta, con la consulenza alla drammaturgia di Massimo Recalcati. “Vorrei farti una domanda personale. Il pubblico trattiene il fiato, sorride a volte, in un sorriso che è sorriso di tenerezza. Nel 2014 Perrotta ha dato vita ad un ideale seguito, o meglio ad una ripresa dell’argomento nella pièce intitolata Pitùr, dove è affiancato da altri attori che fanno da coro e visioni alle sue riflessioni. La maschera che Perrotta indossa racconta la ferita dell’uomo che pur nel dramma, nell’isolamento autoindotto, nella follia, sfoga ciò che è imprigionato dentro di sé in un’espressione pura e cristallina di libertà, nel tentativo di una regressione metamorfica con la natura. Il teatro Comunale non è grande, ed è stipato di spettatori, Mario Perrotta ci racconta Ligabue, “Un bes”. Circuito teatrale regionale del Veneto. Ma Antonio Ligabue solo per poco ritornerà dalla sua “mutter” perchè sarà costretto a 19 anni a lasciare la sua terra per Gualtieri, paese d’origine di quel genitore che lo ha riconosciuto per burocrazia, ma non per amore. In “un bès” è quel che serve – o appunto manca – a ché si sperimenti la mancanza, l’assenza dell’amore che fa l’uomo disumano e, quindi, artista. Non per tutti. Offre in cambio l’arte per una briciola d’amore, il pittore nato in Svizzera e tradotto nella provincia di Reggio Emilia, in quella Gualtieri dove oggi – guarda un po’ – è tornato vivo un antico teatro cinquecentesco, chiuso nel 1979 per problemi strutturali mai risolti e letteralmente “dischiuso” al pubblico da un gruppo di giovani pochi anni fa, convinti della folle idea di poterlo trasformare in un palcoscenico contemporaneo. Dipinge contemporaneamente su i tre pannelli e dà voce ai paesani. […] E va bene così. Vorrebbe dire che il crollo è avvenuto, significherebbe che non resta che provare a ricostruire. Note aggiuntive. Lo accompagnano pochissime immagini proiettate, che fanno da fondale e, alla fine, un commovente filmato d’epoca, in cui forse quel bacio, a fronte di un piccolo mirabile disegno, verrà finalmente dato. Non lo ha avuto dalla madre naturale che lo abbandona bambino, né dall’uomo che lo riconoscerà dandogli il suo cognome, Laccabue (che, da adulto, cambierà in Ligabue); né dalla madre adottiva, una svizzera tedesca che lo cresce fino a diciotto anni fino a quando, esasperato dalle sue stranezze, lo spedisce in Italia, né, ovviamente, da nessuna donna, non dalle lavandaie che lui spia al fiume, non dalle ragazze del paese che hanno tutte paura di lui: “al matt”, “al todesch”. “Un bès”, un bacio, lo ha cercato, implorato, chiesto, urlato, desiderato e detestato per tutta la vita Antonio Ligabue: senza mai riuscire a coronare il suo sogno. Inizia cioè a raccontare di sé. collaborazione alla regia Paola Roscioli Venerdì 13 dicembre alle 21, Mario Perrotta, autore, regista e interprete, fondatore del Teatro dell’Argine di Bologna, torna a Barberino, in anteprima Toscana, con il suo ultimo spettacolo “Un Bès. Tre pannelli a grate, dei finestroni ingabbiati, come unico elemento scenografico che diventano, nel retro, lavagne cartacee in cui Perrotta tratteggia a carboncino. Ricerca e sperimentazione. Strappa il foglio con sopra il ritratto della mütter e lo getta via. Il suo spettacolo “Un bès – Antonio Ligabue”, andato in scena al Teatro Astra di Vicenza e dedicato al pittore emiliano, è una danza in equilibrio su due fili. Mario Perrotta UN BÉS ANTONIO LIGABUE Progetto Ligabue primo movimento Premio Ubu miglior attore protagonista 2013 Premio Hystrio-Twister 2014 "Un bès... Dam un bès, uno solo! Il teatro del regista salentino, premio Ubu 2013 come miglior attore, questa sintonia sa crearla davvero. Perrotta è un Ligabue intenso, srotolato con potenza e dolcezza attraverso alcuni momenti importanti della sua esistenza: l’infanzia e il difficile rapporto con la madre, l’affidamento; la relazione burrascosa e dolorosa con gli altri, con gli abitanti di Gualtieri, paese in cui viene esiliato a causa della sua follia; l’isolamento nella natura, dove – dice – c’è tutto quello di cui si ha bisogno. Ha trent’anni e sul tronco di un albero disegna una donna nuda simile ad una certa Ines, la quale si adira con lui. […], Cinque giorni di festival, tredici spettacoli e tanti incontri, conversazioni, piatti di imperdibili pietanze, allegria e occasioni per conoscere e conoscersi. I suoi quadri, visionari e inquieti, mostrano una natura esotica e selvaggia, onirica e ancestrale, aprendoci la porta della sua psiche sconnessa. Ma Perrotta è bravo e ci crede in quel suo pittore ostinato, solitario e triste, come per un regalo d’attore che quasi ci convince. La voce si trascina in un impastato dialetto emiliano, la postura si disarticola per seguire le accensioni del protagonista, il suo destino di genio del disegno e di scemo del villaggio. Davanti a un teatro gremito e una trentina di spettatori concentrati più sull’attesa della sbavatura, della stonatura, anziché mettere occhi e sensi sulla scena liberandosi da sovrastrutture di ruolo e mestiere… Trapela l’emotività che non è solo del personaggio. Antonio Ligabue - Sabato 25 luglio 2020 - Corte di Villa Sottocasa, Vimercate, Lombardia. Voglio stare anch'io sul confine e guardare gli altri. Sapeva che, in quanto artista, avrebbe meritato attenzione e sperava che quell’attenzione si concretizzasse anche in affetto da parte di qualcuno, in modo particolare di una donna. Padronanza attoriale e fisicità versatile a prodursi in elemento scenico. Ligabue è autore di opere coloratissime e altre graffiate, un istinto naïf governò il suo tratto arrabbiato a comporre quella privazione in sagome di bestie disperate come uomini e autoritratti bestiali, dentro paesaggi tinteggiati in forma di desiderio, in cui mescolate sono l’Emilia e la Svizzera, i suoi luoghi, la sua vita. E-mail. Un essere tormentato di cui Perrotta racconta i fatti salienti di una vita già segnata, come dice il personaggio, dalla data di nascita, il 18 dicembre 1899, 13 giorni e si apriva il nuovo millennio e chissà forse la vita di Antonio sarebbe stata un’altra. Una piazza scatenata di danze e felicità. Gli anni passano e il progresso avanza: arriva il telefono nella Bassa, così, dopo che si è accostato ad un apparecchio telefonico appeso a un palo, definito “la pioppa parlante”, comincia un dialogo con una centralinista. Durante i circa 80’ del monologo di costui, emergono a tratti elementi del paesaggio interiore di Ligabue, che ogni tanto con la mano (sinistra) di Perrotta e sfoggiando una certa sicurezza traccia a carboncino, su grandi fogli bianchi montati su dei supporti, la linea delle montagne viste da bambino, la sagoma di una mucca, il viso severo della madre che lo ha respinto, frammenti di un passato del quale tenta ancora, confusamente, di capacitarsi. 216/223, racconta dell’impellenza di parlare della diversità, di viverla: UN BÈS A CORIGLIANO D'OTRANTO (LE) Appuntamento mercoledì 5 Agosto, ore 21.30, al Castello De Monti! (…) Lanera e Spagnulo, più che in altre occasioni, fanno teatro civile, restituendoci le istantanee dei nostri orrori quotidiani; esasperazioni e paradossi, oltre a una sana autoironia, ci costringono a misurarci con pochezza e pregiudizi che allignano in ognuno di noi. Il suo sguardo assente, stralunato, svela il timore (probabilmente) della prova davanti un pubblico “attento”. Non tutti. Credo che se dall’ampio e articolato programma di “Primavera dei Teatri”, il bel festival di Castrovillari, si cercasse di trarre una sintesi, un dato unificante – anche al fine di ottenerne qualche maggiore indicazione su certe tendenze della scena italiana di oggi – si arriverebbe probabilmente a questa constatazione: che esiste, e si va sempre più accentuando, una profonda divaricazione tra quelle proposte che, anche sul piano del linguaggio, vogliono mordere la realtà, vogliono cogliere dal vivo umori e smarrimenti del momento, e i puri esercizi teatrali più o meno fini a se stessi. Perrotta è anche Ligabue, ne usa la lingua dallo strano accento emilian-tedesco, compone discorsi, racconta fatti. C’è nello spettacolo un sentimento della perdita, un senso dell’espropriazione della vita che non può essere ridotto alla patologia di un uomo, alla sua follia e alla sua insofferenza verso la gente. Quanto è in crisi il teatro? Come non ci sono proiezioni a ricordare le pitture di Ligabue (gli animali ritratti con quei violenti cromatismi alla Van Gogh), non c’è alcun travestimento o trucco per l’attore a ricordare quel viso puntuto e quel naso adunco che ben conosciamo dai suoi autoritratti e soprattutto dal film interpretato da Flavio Bucci. Piuttosto uno specchiarsi riaffiorando in superficie, da noi, da dentro, quella parte di follia stipata accuratamente sottovuoto. Parte prima: minatori in Belgio «Mario Perrotta, un fenomeno dotato anche di umanità. La danza di Virgilio Sieni sembra il giusto prologo per un festival siffatto, (…) Dall’essere angeli ci mette in guardia l’alternativa dell’essere stupidi.” (J. Lacan, Seminario XX, p. 9) Dopo un po’ sale sul palco e calano le luci. Come rapito in un viaggio visionario, Ligabue/Perrotta approda in paesi sconosciuti rimpiangendo terre perdute e forme familiari. O almeno ci stanno provando. Certo che resta una grandissima prova d’attore ma è come se Perrotta ci trasportasse, davvero, nel cervello malato del pittore, attraverso un’immediatezza interpretativa che oltrepassa il limite della “mimesis”, per arrivare a quella sorta di “transustanziazione teatrale”, che si favoleggiava venisse raggiunta negli spettacoli diretti da Jerzy Grotowski, dove il “verbo” si fa davvero “carne”. MARIO PERROTTA Un Bès – Antonio Ligabue . Qui, solo nel bosco, vicino al fiume, disegna con impasti che si costruisce da solo ciò che osserva: la natura, gli animali innanzitutto, finchè Renato Marino Mazzacurati gli farà conoscere colori a lui sconosciuti, facendolo diventare pittore a tutti gli effetti, e famoso con la sua prima mostra. Renato Palazzi, Il Sole24Ore. Per questo decide di non dipingere più nudi di donna. C’è solo un implorare sincero, diretto, una richiesta indifferibile, un grido incontenibile: “I dam un bès!”. Tornata alla sua collocazione originaria, ha preparato un panorama tanto fitto quanto indicativo della nuova scena italiana, cui il pubblico calabrese ha risposto con entusiasmo (…) Strappato a quelle montagne, dovrà vivere in un mondo che gli sarà sempre ostile, che lo vedrà sempre come lo scemo del paese (“al mat, al todesch”), un uomo selvatico che si esprime metà in tedesco e metà in emiliano, che parla con le piante, che disegna donne nude sui tronchi degli alberi e che chi gli è vicino, schernendolo ogni volta, costringerà a vivere isolato per molti anni. collaborazione alla ricerca Riccardo Paterlini, Premio UBU 2013 come Miglior attore protagonista Amava ripetere: “quando sarò morto i miei quadri varranno un sacco di soldi”. La scena è vuota e accoglie solo tre strutture a rotelle su cui sono installate fogli di carta di due metri per un metro e mezzo su cui l’attore a carboncino disegna gli ambienti, i personaggi, i volti dei protagonisti della biografia dell’artista: la madre biologica e la mamma adottiva, gli abitanti crudeli di Gualtieri, i paesaggi della sua infanzia. Antonio Ligabue in prima serata al teatro Sybaris e Roberto Latini in seconda nella Sala 14 con Noosfera Museum. Che un giorno diventerà tutto splendido. Qui solo le date definitive. E’ uno dei momenti più toccanti dello spettacolo, quando sotto il suo viso, che ha appena finito di disegnare (Perrotta per tutto lo spettacolo dipingerà col carboncino), inizia a raccontare, anzi a vivere e a dipingere, l’infanzia di Ligabue tra le montagne svizzere, in mezzo alle bestie, amando quella madre che non gli è madre, ma che lo è immensamente di più, a soffrire per il distacco da lei per essere condotto al manicomio, ed ancora una volta da lei.

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